La sterilizzazione forzata agli indiani d’america

 

Lee Brightman, presidente dei “Nativi Americani Uniti”, stima che su una popolazione nativa di 800 mila persone, il 42 per cento delle donne in età fertile e il 10 per cento degli uomini siano già stati sterilizzati.

Barbara Moore, della riserva di Rosebud, South Dakota, rappresentane della Delegazione panindiana ha dichiarato: “quattro anni fa ero incinta e andai ad un servizio di salute pubblica per far nascere il mio bambino. Non era necessario, ma fecero nascere mio figlio con il parto cesareo. Quando mi svegliai dall’anestesia mi dissero che mio figlio era nato morto. Feci effettuare l’autopsia, ma non fu trovata nessuna causa tale da provocarne la morte. Inoltre mi dissero che non avrei potuto avere altri bambini perché avevano dovuto sterilizzarmi durante l’operazione, e quindi senza il mio consenso. In quel momento non potevo dire o fare nulla, ma appena uscita ho cominciato un lavoro di informazione sui pericoli per i nostri bambini, il nostro futuro, e insieme alle altre donne abbiamo cercato il sostegno di tutte le organizzazioni. Molti casi vengono portati in tribunale, ma gli avvocati sono costosi e sono tutti bianchi. Dire queste cose rende tutto più difficile perché per rappresaglia intensificheranno la pressione sulle nostre Riserve. Sono il lavoro sotterraneo di controinformazione, l’unità, la riappropriazione degli antichi metodi (parto in casa), che ci assicurano il rispetto per i nostri corpi e per i nostri figli”.

Molte donne indiane facevano visite di controllo all’Ihs (Indian Health Service, strutture di assistenza medica per gli indiani finanziate dal governo), e i medici prescrivevano loro vitamine quali ricostituenti: ma si è poi scoperto che la più parte di tali ricostituenti erano in realtà antifecondativi.

Una giovane donna indiana con ciste ovarica fu convinta a farsi praticare un’isteroctomia (completa rimozione degli organi riproduttivi) sebbene la pratica comune limiti, in molti casi, l’intervento alla sola rimozione della ciste. La madre di una puerpera fece sterilizzare sua figlia ancora sotto anestesia subito dopo il parto: era stata convinta dal medico che se sua figlia avrebbe cercato di avere altri bambini sarebbe morta: la figlia, venne poi accertato, non correva affatto tale pericolo. Una ricerca fatta a Claremore, ospedale dell’Oklahoma, fornì dati interessanti: nel 1973 ben 132 donne erano state sterilizzate, e 52 nel solo luglio 1974.

La prima inchiesta ufficiale sulla sterilizzazione dei popoli nativi condotta nel 1975 dalla dottoressa Conie Uri, medico choctaw, per l’allora senatore James Abourezk, documento che 3.406 donne indiane erano state sterilizzate nelle strutture per la Sanità indiana di Oklahoma City, Phoenix, Aberdeen. Tali atrocità erano state commesse in violazione alla legge del 1974 (le regolamentazioni sul consenso) che indica severe linee di condotta: “Nessuna donna può essere sterilizzata prima di 72 ore dal parto, alla paziente vanno fornite dettagliate spiegazioni sull’operazione, sui suoi effetti e pericoli”.

Queste leggi sono rimaste lettera morta nei confronti dei popoli nativi; l’Ish è presente in tutti gli Stati Uniti con strutture che regolano e pianificano la vita e la morte indiana: da recenti studi si calcola che ogni struttura pratica circa 3.000 sterilizzazioni l’anno. Nel contempo i fondi stanziati per la salute sono stati limitati, al contrario di quelli per il controllo delle nascite.

 

NANDO MINNELLA