VERDE METROPOLITANO

                             

La villa fu un elemento importante fin dai tempi più remoti. Gli Egizi, i Babilonesi, ma soprattutto i Persiani vi dedicarono cure particolari per abbellirla con giardini pensili. Nel mondo romano fu molto diffusa ed ebbe grande splendore sia la villa suburbana che la villa extraurbana. In un primo tempo entrambe furono legate alla funzione agricolo-rurale, poi alcune acquistarono il ruolo di piacevoli dimore e furono arricchite di costruzioni accessorie, nicchie decorative, vasche e ninfei, in modo tale che l'elemento architettonico e quello naturale si completassero a vicenda.

Questa armonia tra la costruzione vera e propria e il luogo in cui veniva edificata fu ricercata anche nelle epoche successive.

Col tempo gli schemi della villa cambiarono, acquistando sempre maggior libertà e, anche se nell'Ottocento furono caratterizzati da una certa rigidezza, il parco, arricchito di statue, tempietti ed altre componenti ornamentali, fu sempre essenziale e dominante.

La lunghezza o la saltuarietà dei periodi d'uso determinarono il carattere di questo tipo di residenza, così come la presenza di ospiti più o meno numerosi contribuì ad allestirla per particolari scopi di rappresentanza (balli, ricevimenti, cacce a cavallo) o per un tranquillo riposo fuori della città.

Le prime ville costruite nel Rinascimento erano formate da un edificio principale, da una serie di costruzioni annesse e da un parco di piccole dimensioni, il cosiddetto giardino all'italiana, riservato ai signori della villa e definito giardino segreto.

Il giardino all'italiana rifletteva il pensiero umanistico che vedeva l'uomo come centro dell'universo e dominatore della natura.

Nel Seicento, il secolo più importante e rappresentativo per la costruzione delle ville a Roma, la struttura si modificò e, accanto al giardino, venne realizzato un grande parco che comprendeva una zona boschiva, mantenuta allo stato naturale, ed una zona in cui era ben visibile l'intervento decisivo dell'uomo. Del resto l'arte topiaria, già conosciuta al tempo dei Romani, era ormai perfezionata e permetteva di sagomare le piante in tutte le forme volute. L'uomo si impone così sul disordine della natura conferendole forme e volumi rigidamente geometrici, usa dunque le piante come un qualsiasi materiale da costruzione per edificare siepi, sculture, quadri e veri e propri muri di "verzure".

E a proposito delle piante da mettere nel parco, la scelta era determinata dal proprietario, ne rifletteva quindi i gusti e la personalità, ma seguiva anche, in certo qual senso, la moda del tempo. Le piante arrivavano dall'Asia, dall'Africa e dall'America, perciò erano estremamente costose; inoltre molte, quando giungevano a destinazione, erano già secche. Possederle dunque era un grande privilegio, ma anche uno "status simbol".

Nelle ville romane si trovavano quindi molte piante estranee all'ambiente di Roma, come ad esempio le palme.

Come al tempo dei Romani, la costruzione vera e propria avveniva quasi sempre su terreno in pendio rivolto a Sud o a Ovest; il dislivello permetteva la formazione di giochi d'acqua o un belvedere sopraelevato, terrazze panoramiche proprio come quelle di Villa Doria Pamphili o di Villa Borghese.

Tra il Seicento e il Settecento a Roma fiorirono molte residenze signorili, circondate da giardini e parchi. Esse rappresentavano in qualche modo il mezzo per mostrare la posizione sociale del "padrone di casa": più erano sontuose e più erano "degne di ospitare anche un sovrano". Scultori, architetti, decoratori e pittori, italiani e stranieri erano chiamati per realizzare opere da inserire nella suggestiva cornice di vasti giardini per esclusivo godimento della nobiltà dell'epoca.

Questa era rappresentata soprattutto da alcune famiglie (i Borghese, i Barberini e i Pamphili) che erano subentrate alla vecchia aristocrazia feudale e la cui ambizione era proprio quella di costruirsi una fastosa dimora fuori dalla città. L'epoca tuttavia era contraddistinta da una grave crisi economica e non permetteva certo il lusso del passato, ma la villa suburbana per le nobili famiglie romane costituiva motivo di prestigio, era un "indispensabile arredo" - come risulta nella monografia di Ignazio Ciampi su Papa Pamphili - "doveva stendersi per molto spazio di terreno, coprirsi di ombre, suonar d'acqua, ridere di giardini, splendere di palagi..." per ospitare "schiere di magnati, di porporati, di dame..."

Si comprende così come l'evento del 1644, quando un componente della Famiglia Pamphili salì al soglio pontificio col nome di Innocenzo X, spingesse alla costruzione di una nuova e più prestigiosa palazzina di rappresentanza, che prese il nome di Casino del Bel Respiro, ricordata anche con altri nomi legati al suo ideatore o al ruolo cui era destinata.

La zona scelta dal papa e dal nipote Camillo per edificare il nuovo edificio si trovava presso San Pancrazio, luogo in cui la famiglia possedeva già una vigna e un Casino acquistati nel 1630 da Pamphilio Pamphili da un certo Ruotolo. Si trattava di una vera e propria finestra aperta su Roma - dal Gianicolo si poteva vedere la cupola di San Pietro - che aveva il vantaggio di utilizzare l'acqua portata dall'antico Acquedotto fatto costruire dall'imperatore Traiano, restaurato da Paolo V.

La zona, trovandosi al di fuori della cinta muraria della città, un tempo era stata utilizzata come luogo per seppellire i morti, dal momento che era vietato farlo in città. Ciò è testimoniato dai sepolcreti di età romana, sia pagani che cristiani, cioè colombari e catacombe. In età medievale fu costruita una torre poggiante sull'acquedotto traianeo, in seguito trasformata nel casale comprato da Pamphilio.

Questa grande casa padronale, indicata nelle carte del Seicento come "Casino di Villa Vecchia", per distinguerlo dall'altro eretto dopo, fu abitata dai Pamphili e poi dai Doria Pamphili fino agli inizi del XIX secolo.

Il cardinale Giambattista Pamphili, fratello di Pamphilio, frequentava questa villa suburbana dove si intratteneva con la cognata donna Olimpia Maildachini e i nipoti.

La Vigna o Villa Vecchia, acquistata nel 1630, era un modesto possedimento agricolo, una residenza fuori le Mura Aureliane dove dedicarsi all'otium, come solevano fare gli antichi romani.

Quando il cardinale Giambattista divenne papa sembrò subito poco adeguata all'alto rango raggiunto dai Pamphili, così si pensò di ristrutturarla, ponendo particolare cura ai giardini segreti: il Giardino dei Melangoli e il Giardino dei Cedrati.

Bisogna sottolineare che, a partire dall'epoca rinascimentale, la coltivazione degli agrumi rivestì una grande importanza, non tanto per l'utilizzo dei frutti, quanto per le loro proprietà terapeutiche o cosmetiche. Nei giardini signorili si piantavano cedri, bergamotti, chinotti, limoni e arance, soprattutto le varietà amare, come i melangoli. Alla fine del Seicento diventarono di moda anche le decorazioni floreali che videro impegnati artisti e scultori. L'attenzione verso i fiori non era dovuta soltanto a scopi ornamentali, ma anche ad altri motivi. Era nata infatti la moda di candirli con zucchero, di utilizzare per i banchetti bevande aromatiche con essenza di limone, arancio e fiori di cedro, di preparare conserve di frutta e di fiori ed anche di attrezzare veri e propri laboratori per la distillazione e l'estrazione di essenze per i profumi al gelsomino, alla rosa e all'ambra, forse anche per nascondere i cattivi odori dovuti ad una scarsa igiene.

Contemporaneamente alla nuova sistemazione dell'area antistante il Casino di famiglia, si commissionò la nuova costruzione particolarmente adatta alle occasioni ufficiali e si pensò di corredarla di spazi adeguati ai vari divertimenti.

Di questi divertimenti non è rimasta nessuna traccia tangibile, ma si hanno notizie di una giostra, di finti cavalli di legno con sedili a forma di conchiglia, di giochi d'acqua, della pallamaglio per la quale era stato creato un apposito viale, tuttora esistente. E, oltre a battute di caccia, che costituivano i momenti più gradevoli per le persone di un certo ceto e per le quali i Pamphili avevano creato una ricca riserva di selvaggina, certamente, in una così vasta estensione di terreno, si praticava l'equitazione vera e propria, sport che ai Doria fu sempre caro.

Per costruire il nuovo Casino furono esaminati vari progetti, compreso quello di Girolamo Rainaldi, che, per soddisfare i committenti, vi aveva inserito una serie di nicchie per raccogliere busti e statue e fasce nei marcapiano per incastonarvi altri reperti in possesso dei Pamphili. Nonostante questo criterio espositivo avesse riscontrato successo a Villa Borghese, il progetto non piacque e non fu preso in considerazione neppure quello del Borromini, che conteneva, tra l'altro, un'idea fantasiosa e molto originale: la statua di Innocenzo X doveva essere collocata nella stanza principale in modo tale che, secondo un calcolo matematico preciso, un raggio si sole, attraverso un orifizio praticato nella volta, colpiva il piede del papa, nel giorno e nell'ora in cui era stato eletto.

Questa tipo di costruzione a Don Camillo sembrò troppo ardita, troppo lontana dallo stile delle ville romane a lui contemporanee; dovette destare, forse, anche molte perplessità nel papa. Si preferì dunque una soluzione più convenzionale e si commissionò l'opera allo scultore Alessandro Algardi che si vide impegnato anche come architetto. In questa sua fatica fu aiutato dal pittore Grimaldi che valorizzò il parco per farlo apprezzare dalle finestre del piano nobile del Casino, e dal botanico Aldini che si occupò della sistemazione dei giardini. Per la costruzione fu usato travertino e peperino, reperiti un po' ovunque soprattutto a Tivoli dove c'era il materiale di antiche ville, talmente notevole per quantità da permettere la costruzione di Roma rinascimentale e barocca.

I Pamphili attinsero anche alle vigne che andavano acquistando lungo la Via Aurelia Antica e seguirono l'esempio di tutte le famiglie patrizie romane che costruivano i loro palazzi e i loro giardini su aree archeologiche. La raccolta del materiale da costruzione continuò fino al 1655, quando la villa fu terminata.

Nel Seicento era anche molto in uso ornare i palazzi sia pubblici sia privati, spogliando monumenti antichi. Questa palazzina, su due piani, ha seguito le tendenze dell'epoca sia nell'alzata architettonica sia negli ornamenti.

La proprietà risultava divisa in due parti, una residenziale una agricola, separate da un bosco di lecci e pini.

Dal Casino partiva un complesso di scale a terrazzamenti che scendevano verso il Giardino del Teatro e il parco era a contatto con le zone coltivate. Dall'ingresso principale partiva il Viale del Maglio, dove si giocava al maglio, che non era in asse con il giardino e segnava il confine tra una valle, chiamata nell'Ottocento "valle dei daini", e la successione dei vari teatri. Sullo sfondo c'era la scomparsa Fontana del Delfini, dove oggi si trova l'ottocentesca Cappella Funeraria.

Particolare attenzione fu data ai giardini, detti teatri, abbelliti con statue e sistemati su tre livelli; quello a Sud, situato a livello più basso, era il giardino segreto e presentava, secondo le stampe di Barrière, una composizione estremamente semplice e rigorosa, con una fontana centrale e due peschiere presso i lati del recinto, tra le quali erano delineate due gruppi di quatto aiuole a carattere rigorosamente geometrico. Più tardi, nel Settecento, le aiuole rinascimentali si trasformarono in parterres, disegnati nello stile delle broderies francesi, nelle quali risultavano alcuni stemmi araldici: i gigli dei Pamphili e l'aquila coronata dei Doria, cui si aggiunse, nel 1899, anche l'insegna nobiliare dei Landi.

Oggi questo giardino segreto presenta ancora la stessa sistemazione.

Il parco intorno era molto vasto e le piante predisposte con finalità scenografiche lo rendevano uno dei protagonisti, un elemento importante, dunque, inteso anche come mediazione tra architettura e paesaggio circostante.

Il valore del parco era già stato sottolineato a Villa Borghese, prima villa cittadina d'impianto barocco a possederne uno tanto esteso ( circa 4 Km. nel 1650) da avere un ruolo predominante sul Casino principale.

L'enorme villa-tenuta sulla Via Aurelia Antica divenne presto "rinomata - secondo Giuseppe Vasi - non solamente per la vastità del sito... piena di ogni sorta di delizia, racchiudendo vastissimi parchi con gran numero di cervi, di daini, di lepri e di altri animali selvatici per il divertimento della caccia....; ma altresì per i lunghissimi viali coperti e scoperti e giardini e fiori e agrumi, oltre a un grandissimo vigneto... "

Nel corso del secolo XVIII anche la Villa Vecchia aveva subito sostanziali modifiche ad opera di Francesco Nicoletti che diede alla residenza nobiliare l'aspetto che conserva tuttora. Un altro architetto, Gabriele Valvassori, si era già occupato della parte fruttuaria, aveva introdotto cancelli per delineare le varie parti del Casino di famiglia e gli ingressi, aveva ampliato il giardino e ridefinito la parte coltivata a melangoli e il "bosco dei cedrati". Forse furono abbassate in quel periodo anche le siepi di bosso secondo la moda del giardino alla francese.

Le maggiori trasformazioni avvennero nel secolo XIX con Filippo Andrea Pamphili, che risollevò la famiglia dalle difficoltà economiche facendo diventare la Villa una moderna azienda agricola. Furono quindi eliminati i ninfei e costruite delle serre per coltivare piante esotiche come gli ananas che poi venivano venduti.

Dal 1630 al 1857 la nobile famiglia aveva aggiunto più di 46 proprietà limitrofe destinate a formare la grande villa che oggi conosciamo. Fu soprattutto dopo la battaglia del Vascello che il principe Pamphili incamerò altre terre e si avvalse dell'opera del Busiri Vici per sistemarle e per ristrutturare ciò che era stato danneggiato. L'architetto progettò un rinnovamento "paesistico" introducendo viali serpentinati e nuove piante soprattutto nel Giardino del Teatro. In questa zona creò un giardino all'inglese, inserì dei sedili di marmo in modo tale che accompagnassero siepi circolari di bosso e vi sistemò alberi di tasso ad anello per sottolineare l'esedra, privata ormai dell'organo idraulico e di tutti quegli scherzi d'acqua che avevano animato le riunioni secentesche. Collocò nel giardino anche piante esotiche, sistemate in gruppi, in base all'altezza dei fusti, il colore delle foglie, la forma della chioma e le trasformazioni stagionali. In tal senso dispose anche esemplari originari dell'America Centrale come l'avocado, dell'America Meridionale come la magnolia grandiflora, della California come la washingtonia, del Cile come la jubea e di altre regioni degli Stati Uniti come il cipresso calvo, confermando il forte influsso subito dalle concezioni estetiche anglosassoni.

Bisogna sottolineare che dopo il matrimonio di Filippo Andrea con lady Mary Talbot Schrewsbury, altri membri della famiglia Pamphili sposarono nobildonne inglesi, stabilendo così scambi commerciali con l'Inghilterra, dalla quale importarono macchinari agricoli, bulbi e piante, elementi architettonici in ferro fuso e ghisa e tecnologie moderne.

Tra gli ultimi monumenti di rilievo meritano attenzione l'Arco dei Quattro Venti a Porta S. Pancrazio, opera del Busiri Vici e La Cappella Funeraria del Collamarini.

Dagli scritti del Vasi sappiamo che la Villa era ' rinomata...... molto più per la grandissima copia di statue e di fontane". E in un manoscritto di Giuseppe Marocco troviamo: "Non ti devi meravigliare di tante acque che sono sparse in questa villa deliziosa abbenché ne abbia maggior copia la Borghese, ma nella Pamphili furono meglio distribuite".

Numerose erano dunque le statue antiche che arricchivano viali e aiuole, disposte in modo tale da costituire poli visivi di grande effetto; si trovavano soprattutto nel complesso del Giardino del Teatro, ornato da nicchie con busti e medaglioni di stucco. E le fontane erano un indispensabile elemento decorativo nelle realizzazioni scenografiche del giardino. L'abbondanza d'acqua rendeva possibile organizzare scenografie spettacolari anche con l'allagamento temporaneo di alcune zone della proprietà.

A tal proposito bisogna ricordare che nel Seicento fiorì il melodramma che catturò l'attenzione della nobiltà e che spinse ad usare alcuni elementi ornamentali delle ville come teatri possibili per gli spettacoli. Così accadde per il laghetto di Villa Pamphili che venne utilizzato come elemento scenografico per le rappresentazioni, comprese le naumachie. L'Algardi, studiandone la sistemazione, lo collegò per mezzo di un canopo ad un bacino superiore dove era situata la Fontana del Giglio.

Col tempo Villa Pamphili si arricchì di altre fontane, molte delle quali andarono distrutte o furono danneggiate, soprattutto durante i combattimenti del 1849.

A parte i vasconi del XIX secolo connessi con le attività agricole, alcune fontane erano semplici vasche a volte concentriche e sovrapposte come quella dentro la Villa Vecchia, altre erano più elaborate. Le più interessanti sia per la simbologia sia dal punto di vista scultoreo sono la Fontana del Tevere, caratterizzata da una figura gigante che sembra uscire dalla materia, e la Fontana della Lumaca, progettata per Piazza Navona, entrambe situate nel Casino di famiglia; la Fontana di Venere, realizzata quasi per sostenere il giardino segreto, e il Ninfeo del Tritone, decorato da statue di Tritoni, nel Giardino del Teatro. Notevole è la Fontana del Giglio, ora nel Pineto e prima collocata alla sommità del gioco d'acqua che attraversava in senso Nord-Sud la villa; da ricordare anche le tre cascatelle artificiali del XVIII secolo, a forma di grotte: quella centrale permetteva di attraversare il corso d'acqua al coperto, l'ultima era detta Fontana dello Zampillone.

Accanto a queste seducenti produzioni architettoniche e scultoree va ricordato tutto quel complesso di materiale artistico legato alla famiglia Pamphili. Esso dimostra con quanto interesse fosse perseguito il collezionismo nel periodo che va dal Seicento all'Ottocento: accanto ad arredi che esaltano figure illustri, si trovano divinità romane, alcuni sarcofagi antichi utilizzati come fontane, soggetti naturalistici ed altro.

Villa Doria Pamphili non possiede solo straordinarie testimonianze storico-artistiche, ma è anche un orto botanico estremamente ricco, in cui sono presenti, oltre a innumerevoli essenze arbustive e zone a macchia, numerosissimi esemplari arborei: palme come la washingtonia, la jubea, la phoenix canariensis, la palma nana, conifere come il cipresso, il cedro del Libano, il cedro dell'Atlante, latifoglie sempreverdi come l'alloro, il lauroceraso, la magnolia, latifoglie spoglianti come l'olmo e il mirabolano, piante da frutto, specie mediterranee, tropicali ed esotiche, che provengono dai climi subtropicali e aridi.

E' una straordinaria ricchezza e varietà di piante, un tempo ben più numerose, come risulta dall'inventario redatto nel gennaio 1856, che testimonia anche la grande passione del principe Filippo Andrea Pamphili e della sua consorte Mary Talbot.

Oggi sono scomparse le specie che erano coltivate nelle serre e le varietà di agrumi presenti nel Giardino dei Cedrati, accanto a Villa Vecchia, ma oltre a zone boschive con lecci, olmi, farnie, roveri ed aceri, si trova ancora un vero "museo vegetale" nella zona antistante il Casino dell'Algardi: dall'altissima palma della California a quella tozza delle Canarie e a quella piccolissima di S.Pietro, dal tropicale albero del pappagallo alla butia capitata, dall'americana sequoia ad esemplari asiatici come la cycas revoluta e il ginkyo biloba. Al di sopra del muro che sorregge il terrazzamento, proprio al centro della peschiera del giardino segreto, si trova un taxodium, originario del Messico, e lungo il viale che collega il Casino a San Pancrazio spiccano le robinie, così bene inserite alle nostre latitudini che si stanno lentamente sostituendo ad altre specie arboree locali.

Molto interessanti sono gli adattamenti delle piante importate, soprattutto di quelle che vivono in ambiente acquatico, ne sono un esempio i pneumatofori del cipresso calvo, una conifera che cresce in terreni acquitrinosi e poveri d'ossigeno.

Vicino ai laghetti si trova la tipica vegetazione acquatica; nella parte orientale esemplari di taxodium, salici e canneti, nella parte occidentale anche ninfee, giunchi e papiri.

Intorno a Casal di Giovio - costruzione innalzata nel secolo IX sui resti di un tempietto funerario romano- crescono specie arbustive mediterranee: il mirto, le tamerici, l'albero di giuda e l'albero del terebinto. Si possono osservare anche ippocastani, tigli, betulle ed uno splendido albero della canfora; mentre verso la parte più rocciosa, accanto a specie ornamentali, si notano un esemplare di conifera australe, l'araucaria, ed alcune cactacee. Lungo il fossato che accompagna il viale che costeggia Via della Nocetta ( ove è ubicata la Scuola Media Giorgieri) c'è un'ampia lecceta, meno folta di un tempo, che ospita ai suoi lembi un'altra quercia sempreverde, la sughera, e i cedri del Libano; nel sottobosco ombroso, dove filtra poca luce, si scorgono piante amanti dell'ombra, l'edera e il gigaro. Sempre nella parte occidentale di Villa Pamphili si trova un boschetto di profumati eucalipti.

I prati sono incolti e, da settembre a maggio, sono ricchi di specie erbacee d'interesse erboristico, tra queste ricordiamo la calendula, la malva, la bardana e l'ortica.

Nonostante la notevole urbanizzazione che caratterizza i dintorni di Villa Pamphili, nel parco è possibile incontrare alcune specie animali di un certo interesse naturalistico.

Tra i mammiferi si segnalano esemplari di riccio, di abitudini notturne, e talpe, identificabili dalle tracce lasciate. Diversi sono i roditori (topo selvatico, ratto nero e surmolotto) e numerosi sono i rettili , dal comune geco alla lucertola campestre, dal ramarro al saettone, che è una specie innocua e protetta su territorio nazionale.

Interessante è l'avifauna che in un certo periodo dell'anno popola il laghetto; si tratta di uccelli che svernano nel nostro paese come le folaghe, le gallinelle d'acqua e i germani reali. Ugualmente notevole è la fauna minore per la presenza sia di anfibi come il tritone crestato sia di pesci come il carassio dorato, allevato un tempo per motivi ornamentali, e la piccolissima gambusia, introdotta nel Novecento per combattere la malaria.

Certamente la classe più numerosa è quella degli uccelli, oltre a quelli stagionali, si trovano piccioni, cornacchie grigie, tortore dal collare, taccole, alcuni rapaci come la civetta e il gheppio, molti passeracei, tra cui il pettirosso, dalla spiccata territorialità, e il piccolissimo scricciolo; numerosi sono anche i fringillidi.

Villa Pamphili, oltre ad essere uno dei più significativi esempi di villa romana e laziale rimasti, non solo ospita (come del resto tutte le aree protette) numerosissime forme di vita animale e vegetale, ma ne consente anche la sopravvivenza. E questo è un aspetto molto importante; il suo significato e il suo valore risultano dal testo stilato nella Convenzione di Rio de Janeiro, che ha puntato l'attenzione sulla biodiversità della specie.

Nel secolo XIX le lotte risorgimentali e il risveglio cosciente delle masse hanno provocato mutamenti radicali negli aspetti socio-ambientali della città. Lo sviluppo urbanistico dentro e fuori le mura ha cominciato piano piano ad impossessarsi degli spazi verdi e, più tardi, la speculazione edilizia ha lacerato alcune residenze signorili, senza preoccuparsi dei tesori storico-artistici in esse contenuti. Intorno agli anni cinquanta la crescita smisurata della città, che invadeva lentamente, ma inesorabilmente la campagna romana, ha fatto avvertire l'esigenza di salvaguardare Villa Pamphili come area verde indispensabile per il bene di tutti, anche perché Villa Borghese, il parco di Castel Fusano e le poche zone dell'Appia Antica sostenevano con fatica il ruolo che era stato loro assegnato, ossia quello di funzionare come polmoni della città.

Il parco di Villa Pamphili, coi suoi 9 km. di perimetro, era il più vasto di Roma e costituiva dunque una superficie di valore inestimabile per l'Urbe, sopraffatta dall'inquinamento.

E' stato cosi che, dopo lungo dibattito, nel 1971 la villa è passata al Comune - tranne la Cappella rimasta ai Pamphili e il Casino del Bel Respiro, patrimonio dello stato- ed è stata messa a disposizione dei cittadini.

L'uso pubblico dei parchi comunali comporta un grande impegno da parte nostra affinché non venga compromesso l'inestimabile patrimonio culturale e naturale che essi racchiudono. Spesso, purtroppo, giardini e monumenti vengono deturpati da atti incoscienti e inqualificabili che finiscono per depauperare queste testimonianze notevoli e costringono le autorità a fare dispendiosi restauri o a rimuovere i tesori esposti per trasferirli nei diversi depositi comunali; così è avvenuto per le statue di Villa Pamphili e i busti di Villa Borghese.

Per evitare questi inutili atti di vandalismo è necessaria una più profonda coscienza civica che garantisca il rispetto per le cose altrui, ma anche di quelle che rappresentano un bene prezioso per la collettività.