LA COSCIENZA DI ZENO

 

Il terzo libro sveviano, La coscienza di Zeno, scardina l'impianto classico del romanzo. Il protagonista è lo stesso io narrante che spesso associa e confronta ieri e oggi, sentimenti e giudizi, riflessioni, ricordi ed interpretazione degli stessi. Non c'è sviluppo cronologico dei fatti, ma un continuo alternarsi di passato e presente, una molteplicità di punti di vista e di prospettive: è una specie di diario di viaggio nella ricerca introspettiva di sé, un libro simile ad un'autobiografia, senza esserlo in modo classico.

Zeno Cosini, in preda a strani disturbi nervosi, ad un disagio del vivere che lo fa star male è stato in cura dallo psicanalista. Il medico, ad un certo punto, gli ha consigliato di scrivere la storia della sua vita, di riviverne le esperienze salienti e, attraverso lo scavo di coscienza e il riflesso della memoria, psicanalizzare se stesso. Vengono così alla luce il problema del protagonista col vizio del fumo, dal quale non riesce a liberarsi, il suo matrimonio in apparenza deciso casualmente, la relazione con una giovane amante, il rapporto contraddittorio con il cognato rivale Giulio, al quale si associa in un'impresa che non andrà a buon fine e in seguito alla quale Giulio arriverà, per sbaglio, ad uccidersi.

Nel dipanarsi della matassa interiore, si illumina la malattia di Zeno, che è immaginaria e di comodo, ma anche reale e concreta visto che riesce a condizionarlo pesantemente. In realtà, egli è vittima del suo continuo analizzarsi creandosi degli alibi e delle giustificazioni, della sua incapacità di aderire alla realtà e di lottare per conquistare questa fondamentale adesione. La "guarigione" viene poi quando, in seguito alle vicende del cognato, è Zeno a prendere la direzione della ditta e le redini della famiglia. Si accorge quindi che la necessità lo ha aiutato a prendere delle responsabilità, lo ha spinto all'azione, facendogli superare il disagio esistenziale o per lo meno rendendoglielo governabile.

Lucido, consapevole, Zeno usa l'arma dell'autoironia per sopportare la dimensione del vivere: non si illude sulla natura umana e neppure sulla società. Il capitalismo imperante non lo convince, ma non vede alternative. L'unica salvezza possibile per riuscire a vivere sta nel conoscere la precarietà dell'esistenza e i suoi limiti: accettare con il sorriso dell'ironia ma anche dell'indulgenza le debolezze proprie e altrui, accontentarsi della tranquillità che deriva dal coltivare il proprio giardino senza chiedere alla vita più di quanto ci possa dare.

"La vita non è né bella né brutta, è soltanto originale" afferma Zeno. È una delle frasi chiave del romanzo, in cui l'autore esprime la sua idea che la vita sia un impasto di bene e di male, sostanzialmente mediocre, in pratica senza grandi slanci, ma anche il risultato della casualità, dell'imprevedibilità delle vicende umane.

Da qui l'interesse per vedere come va a finire, la curiosità e l'impegno a vivere in modo saggio e lucido, senza troppi ideali. Tutto il contrario della concezione del "vivere inimitabile" e del "superomismo" di D'Annunzio che negli stessi anni si andava affermando: la letteratura del primo Novecento esprime disagi, ideali e tensioni molto diversi.

Dei cinque capitoli del romanzo, il più originale è "La storia del mio matrimonio" perché contiene tutti i temi del libro: la malattia del protagonista, i capricci del caso, l'attrazione per l'altro sesso, gli oscuri impulsi dell'inconscio, l'ambiente della borghesia triestina. E la famosa ironia, l'umorismo delle situazioni e dello stile: la scena del bizzarro fidanzamento di Zeno è una delle più divertenti dell'intera opera sveviana.

Personaggio insolito e interessante è Augusta, la moglie di Zeno. Sposata al posto della bella Ada, è una donna comune, fisicamente non molto attraente, ma saggia, pratica, buona moglie e ottima madre, senza complessi e senza troppi problemi, conscia dei propri limiti ma anche delle proprie doti. Capace sempre di accettare la realtà così com'è e di dominarla, Zeno l'ammira e nonostante tutto la ama. Antieroina per eccellenza - ma anche Zeno è un antieroe - esprime benissimo il messaggio del romanzo, l'adesione ad una concezione obiettiva, disincantata e "storica" dell'esistenza.

La malattia di Zeno è un male interiore, che il protagonista tenta di superare con l'autoanalisi. Ma presto si accorge che il suo malessere ha radici che affondano nella società in cui vive, allora l'analisi si allarga e da individuale diventa universale.

La vera salute di una società giusta e umana, dove i rapporti fra persone siano autentici, è impossibile. Il pessimismo è netto. Nel finale la visione si amplia in modo apocalittico, il mondo brucia in una spirale di violenza che la società industrializzata e materialistica porta inevitabilmente al suo interno; con questa conclusione Svevo esprime la coscienza europea in crisi e si avvicina ad altri scrittori dell'epoca, da Mann a Kafka e a Pirandello.

 

Copertina della 2° edizione della Coscienza di Zeno (1925).